La donna qui rappresentata è stata identificata dalla critica con l'artista Properzia de’ Rossi, nota scultrice bolognese, attiva nel capoluogo felsineo nei primi tre decenni del Cinquecento. Tuttavia la presenza del piccolo libro e la mancanza totale di attributi legati alla sua attività artistica rendono incerta tale identificazione. La tavola, realizzata con ogni probabilità a metà Cinquecento, mostra caratteri stilistici riconducibili all’ambito bolognese. Longhi (1928) propone tuttavia una diversa attribuzione, descrivendola come una «debolissima pittura romana» databile attorno al 1550.
Salvator Rosa (cm 69 x 56 x 6)
Roma, collezione Borghese, ante 1902. Acquisto dello Stato, 1902.
La storia di questo ritratto è ancora ignota. Come ricordato da Paola Della Pergola (1955), il dipinto entrò a far parte delle collezioni statali nel 1902, in occasione dell'acquisizione della collezione Borghese. Sostituì in quell'occasione un'altra opera, giudicata di maggior valore, forse un ritratto di scuola raffaellesca, come sembra indicare un cartellino con la scritta «Scuola di Raffaello» presente in una fotografia d'epoca del Moscioni (Longhi 1928). Tale cartellino, secondo Longhi, era probabilmente associato al dipinto originariamente presente nella collezione.
Il ritratto è stato identificato come quello della scultrice bolognese Properzia de’ Rossi (Della Pergola 1955). Questa attribuzione si fonda sul confronto con un'incisione di Giovanni Battista Cecchi pubblicata nel 1772 nella Serie degli Uomini Illustri (V, p. 181) che riprende a sua volta la raffigurazione dell’artista pubblicata da Giorgio Vasari nel 1568, offrendo così un punto di riferimento fondamentale per l'identificazione dell’effigiata.
La tavola, eseguita probabilmente intorno alla metà del XVI secolo, presenta evidenti tratti di matrice bolognese. Secondo Longhi (1928), invece, si tratterebbe di una «debolissima pittura romana» risalente al 1550 circa.