La tavola è ricordata in collezione Borghese a partire da Iacomo Manilli che nel 1650 la descrive come opera autografa di Giorgio Vasari. È probabile che si tratti della Natività di Gesù menzionata dallo stesso artista nella sua autobiografia, da alcuni identificata con la versione proveniente dalla collezione del cardinal Salviati, da altri con l'esemplare appartenuto a Pierantonio Bandini. Quale che sia la sua corretta provenienza, è certo che l'opera riscosse un chiaro successo presso i contemporanei, ammirata per l'alta qualità stilistica e per gli effetti creati dalla luce.
Salvator Rosa (cm 119,5 x 85,5 x 7)
Roma, collezione Borghese, 1650 (Manilli 1650; Della Pergola 1959); Inventario 1693, Stanza IX, n. 27; Inventario Fidecommissario Borghese 1833, p. 16. Acquisto dello Stato, 1902.
La provenienza di questo dipinto rimane dubbia. Sebbene sia attestato con certezza nella collezione Borghese a partire dal 1650, quando Manilli lo menziona nel casino di Porta Pinciana attribuendolo con sicurezza a Giorgio Vasari, le sue tracce precedenti restano elusive. L'ipotesi di identificarlo tra i beni di Olimpia Aldobrandini junior inventariati nel 1682, come suggerito da Della Pergola (1959), appare poco plausibile poiché la descrizione dell’opera presente nell'inventario della nobildonna, raffigurante un Gesù «che gioca in terra sopra la paglia» (Della Pergola, Aldobrandini 1963, p. 80, n. 409), diverge notevolmente dalla rappresentazione della tavola.
Nonostante la citazione di Manilli, la paternità del dipinto fu messa in discussione fin da subito. Nel 1693, l'opera era già descritta come di mano incerta e, successivamente, nel fidecommesso del 1833, fu avvicinata al pittore olandese Gerrit van Honthorst, alla cui cerchia fu ricondotta anche da Adolfo Venturi (1893). La riscoperta dell’autografia vasariana avvenne invece ad opera del Voss (1913; in seguito Rud 1964; Bénézit ed. 1976). Lo studioso, infatti, fu il primo a riportare la tavola nel solco del maestro aretino, identificandola nel dipinto di analogo soggetto eseguito dal pittore per Pierantonio Bandini, citato dallo stesso Vasari nelle Vite (1568): «ed a Pierantonio Bandini [feci] una Natività di Cristo, col lume della notte e con varia invenzione». Seguendo tale ipotesi, la tavola sarebbe stata dunque eseguita a Roma nel 1553, parere e datazione accolti da Roberto Longhi (1928), Adolfo Venturi nel 1933 e Paola Della Pergola (1959).
A percorrere una strada diversa pensò Paola Barocchi, che nel 1964, ponendosi nel solco tracciato da Wolfang Stechow (1939), rigettò la provenienza Bandini, identificando la composizione Borghese con la «Natività … contrafatta di notte» commissionata dal cardinal Salviati ed eseguita dall’artista intorno al 1546. Questa interpretazione, ripresa da Laura Corti (1989), che cita un disegno (Louvre, Cabinet des Dessins, inv. 2084) e una replica forse opera di bottega (Uffizi, inv. 1855), non è stata mai più approfondita dalla critica.