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Cristo nel sepolcro

ambito romano


Il dipinto, segnalato in collezione Borghese a partire dal 1693, è stato avvicinato in un primo momento alla produzione di Raffaello e successivamente alla scuola dei Carracci. Tuttavia anche il riferimento all'area bolognese è stato respinto dalla critica, optando per l'ambiente romano e di recente per Giulio Romano. L'opera raffigura Giovanni Evangelista, Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea mentre depongono il corpo di Cristo nel sepolcro. Accanto a loro, Maria Maddalena e l'Addolorata, quest'ultima sorretta dalle pie donne.


Scheda tecnica

Inventario
302
Posizione
Datazione
seconda metà del XVI secolo
Tipologia
Periodo
Materia / Tecnica
olio su tavola
Misure
cm 84 x 71
Cornice

Cornice ottocentesca con kymation (cm 107,5 x 94 x 10,5)

Provenienza

Roma, collezione Borghese, 1693 (Inv. 1693, St. II, n. 23); Inventario Fidecommissario 1833, p. 17; Acquisto dello Stato, 1902.

Restauri e Indagini diagnostiche
  • 1906 - Luigi Bartolucci (disinfestazione della tavola, riparazione dei buchi dei tarli);
  • 2002/03 - Andrea Parri (restauro della cornice);
  • 2008 - Laura Ferretti (disinfestazione del supporto, sostituzione delle traverse, pulitura, stuccatura delle lacune, reintegrazione pittorica e verniciatura finale).

Scheda

La provenienza di questo dipinto è tuttora ignota. L'opera, infatti, è documentata in collezione Borghese a partire dal 1693, così elencata nel relativo inventario con un'errata attribuzione a Raffaello: "Un quadro di 4 e 3 in tavola con il Sepolchro con No[st]ro Sig[no]re con molte figure intorno la Madonna con gli Apostoli cornice indorata intagliata del n. 183 di Raffaelle d'Urbino" (Inv. 1693). Il nome del pittore urbinate fu debitamente rivisto nel 1833 quando la tavola, avvicinata dall'estensore del Fidecommisso alla scuola dei Carracci, fu così elencata da Giovanni Piancastelli (1891) e da Adolfo Venturi (1893).

Il primo ad escludere qualsiasi rapporto tra il dipinto Borghese e l'ambiente bolognese fu Roberto Longhi (1928). Lo studioso, infatti, riportando la tavola nel clima romano, parlò di derivazione da modelli di Siciolante da Sermoneta, come proverebbero a suo dire la meccanicità della composizione e la durezza dei volti e delle pieghe degli abiti. Tale pista, seguita anche da Paola della Pergola (1959), che senza uscire dall'anonimato accennava alla maniera di Polidoro da Caravaggio, ha portato la critica a proporre il nome di Giulio Romano (cfr. Hermann Fiore 2006), parere qui non condiviso sia per la fissità dei gesti che per le ingenuità delle espressioni.

Il dipinto tratta un soggetto caro alla cristianità, ampiamente frequentato nel mondo dell'arte: il seppellimento del corpo di Cristo. L'opera, infatti, raffigura Nicodemo mentre depone le spoglie mortali di Cristo, aiutato da Giuseppe d'Arimatea e da Giovanni Evangelista. Alle loro spalle, avanzano Maria Maddalena, riconoscibile dal vasetto degli unguenti, e una delle pie donne che, secondo la tradizione, con Maria di Cleofa e Maria Salome - qui ritratte vicine alla Vergine - seguirono Cristo lungo tutto il Calvario. Sulla sinistra, alle spalle di Giovanni, si nota una quarta donna mentre curiosa assiste alla sepoltura, forse un richiamo alla committente dell'opera.

Antonio Iommelli




Bibliografia
  • G. Piancastelli, Catalogo dei quadri della Galleria Borghese, in Archivio Galleria Borghese, 1891, p. 187;
  • A. Venturi, Il Museo e la Galleria Borghese, Roma 1893, p. 154;
  • R. Longhi, Precisioni nelle Gallerie Italiane, I, La R. Galleria Borghese, Roma 1928, p. 205;
  • P. della Pergola, La Galleria Borghese. I Dipinti, II, Roma 1959, pp. 102-103, n. 147;
  • K. Herrmann Fiore, Galleria Borghese Roma scopre un tesoro. Dalla pinacoteca ai depositi un museo che non ha più segreti, San Giuliano Milanese 2006, p. 100.