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Orco, Norandino e Lucina

Lanfranco Giovanni

(Parma 1582 - Roma 1647)

La tela proviene da Villa Mondragone di Monte Porzio Catone, acquistata nel 1613 dal cardinale Scipione Borghese. La grandiosità compositiva dell’opera e la plastica monumentalità delle figure appartengono a quella fase stilistica matura di Lanfranco, riferibile attorno al 1619 e il 1621, periodo in cui è attivo nella progettazione della decorazione della Loggia delle Benedizioni in San Pietro in Vaticano.

Il soggetto della tela illustra un episodio dell’Orlando furioso di Ludovico Ariosto, rielaborato sul racconto omerico di Ulisse e Polifemo, nel quale si narra la favola di Norandino, re di Damasco, e della moglie Lucina costretti a rifugiarsi nell’isola di Sarpanto, abitata dal gigante Orco che sorprende la fanciulla nel tentativo di fuggire confondendosi con il gregge.


Scheda tecnica

Inventario
016
Posizione
Tipologia
Periodo
Materia / Tecnica
olio su tela
Misure
cm 267 x 397
Provenienza

Frascati, cardinale Scipione Borghese, 1619-1621 (Schleier 2002, pp, 198-200); Inv. 1693, St. III, n. 19; Inv. 1700, St. III, n. 72; Acquisto dello Stato, 1902.

Mostre
  • 1987 Roma, Palazzo Barberini;
  • 1992 Roma, Palazzo delle Esposizioni;
  • 2002 Parma, Reggia di Codorno.
Restauri
  • 1907 Luigi Bartolucci (riattaccatura dell'imprimitura sulla tela e pulitura);
  • 1916 Tito Venturini Papari (rifoderatura, eliminazione vecchie vernici, fissaggio del colore);
  • 1926 Tito Venturini Papari (riparazione del dipinto);
  • 1967 Benito Podio (restauro completo);
  • 1969 Sergio Pigazzini (pulitura, intelaiatura, stuccature e verniciatura);
  • 1983 Sara Staccioli (foderatura e applicazione nuovo telaio).

Scheda

Il quadro fu eseguito dal pittore parmense su commissione di Scipione Borghese che richiese il dipinto per la sua nuova villa tuscolana detta 'di Mondragone', acquistata nel 1613 dal duca Gian Angelo Altemps. L'opera, ricordata dai due principali biografi di Lanfranco, Giovan Pietro Bellori e Giovanni Battista Passeri, raffigura un episodio tratto dall'Orlando furioso di Ludovico Ariosto (canto XVII, ottave 26-65), raramente riprodotto in pittura e confuso da Bellori, con l'analoga vicenda di Ulisse e Polifemo, narrata da Omero nell'Odissea. Come affermato da Eric Schleier (2002, p. 198), il primo a riconoscere l'episodio e a citarne la fonte corretta - la Favola dell'Orco dell'Ariosto - fu Passeri e non l'autore dell'edizione francese dell'Itinerario di Roma, Mariano Vasi, come invece sostenuto nel 1955 da Paola della Pergola (1955, p. 53). La favola, che in effetti mostra diversi elementi di contatto con la vicenda mitologica di Ulisse nella terra dei Ciclopi, narra di Norandino, re di Damasco, e di Lucina, la giovane e bella principessa, figlia del potente e ricco sovrano di Cipro. Dopo essersi sposati, i due coniugi - di ritorno da un viaggio in Siria - naufragano sull'isola di Scarpanto, abitata da un orco marino che nonostante la cecità riesce a catturare Lucina e i suoi compagni. Nel frattempo, Norandino - dopo aver appreso dalla moglie del mostro antropofago che quest'ultimo non divorava le donne - riesce a penetrare nel buio della grotta, rivelando ai suoi amici il piano di fuga: cospargersi di grasso puzzolente e indossare pelli di pecora, così da confondere con il loro travestimento l'ignaro gigante. Ma, nonostante quest'arguto stratagemma, Lucina non riesce a scappare: riconosciuta al tatto dal mostro sulla soglia della caverna, viene infatti riacciuffata e riportata nelle profondità dell'antro e lì incatenata ad una roccia.

Attento ai versi di Ariosto, Lanfranco decise quindi di rappresentare il preciso istante in cui Norandino si volge a guardare l'amata, ritratta nel tentativo di varcare l'uscio della grotta: "Io mi rivolsi al grido; e vidi il mostro / che già gl'irsuti sogli le avea tratti" (ott. 56-57). Come si può notare, la scena è ambientata in un paesaggio definito da Schleier 'neoannibalesco' che, insieme allo stile robusto e vigoroso delle figure, giustifica - secondo lo studioso - la datazione del dipinto al secondo decennio del XVII secolo (Schleier 2002, p 198). Di fatto, la collocazione di quest'opera nel catalogo del parmense è una questione abbastanza spinosa, fissata da Salerno (1952, 1958) e da Posner (1965) intorno al 1605, contrariamente da Della Pergola (1955) che dal canto suo la collocava al 1615, ritenendola stilisticamente affine all'Ercole, Nesso e Dejanira di palazzo Costaguti, affresco eseguito tuttavia nel 1630 circa. Schleier, che nei suoi primi interventi aveva datato il dipinto ai primi anni Venti (1964, 1965) e successivamente (1983, 1988) verso il 1624-1625, ha fissato la sua datazione al 1619-1621, quando Lanfranco, in seguito al compito di progettare la decorazione della volta della Loggia delle Benedizioni in San Pietro in Vaticano, sviluppò un linguaggio più dinamico e barocco, riversando tali conquiste nella presente tela, commissionata da Scipione Borghese negli ultimi anni del pontificato di Paolo V, quando il pittore era nelle grazie del pontefice.

Il quadro fu collocato nella galleria della villa tuscolana, ultimata tra l'altro nel 1619 - come si legge "nei fondamenti di essa [...] col nome dei muratori" (Grossi Gondi 1901, p. 102, n. 3) - dove fu visto nel 1677 da padre Sebastiano Resta che però confuse il soggetto e scambiò la tela con un'opera di Annibale Carracci: "in fronte della Galleria di Mondragone vi è d'Annibale un paesone grande quanto è la facciata intiera di passi 14 in circa con entro un Polifemo che raconta le pecore tra le quali vestito da pecora sfugge Ulisse, et un altro pastore vien correndo" (Le Postille di Padre Resta 2016, p. 47). Qui dovette rimanere fino agli anni Novanta del XVII secolo: nel 1693, infatti, il dipinto è segnalato presso palazzo Borghese a Ripetta, precisamente nella terza stanza del pianterreno dove rimase fino al 1902, anno della vendita della collezione allo Stato italiano.

Una derivazione di piccolo formato della tela, attribuita da Alloisi (1996, pp. 161-162) ad Antonino Alberti detto il Barbalonga, si conserva presso la Galleria Corsini (inv. 267), acquistata dal cardinale Neri Maria Corsini e descritta negli inventari come "favola di Polifemo, e Aci, maniera di Domenichino (Magnanimi 1980, p. 98, n. 80). Un'incisione dell'opera fu eseguita nel 1772 da Domenico Cunego e pubblicata nel 1773 nella Schola Italica picturae di Gavin Hamilton (1773, n. 39).

  Antonio Iommelli




Bibliografia
  • G.P. Bellori, Le Vite de’pittori, scultori et architetti moderni, (parte prima), Roma 1672, a cura di E. Borea, Torino 1976, p. 382;
  • P. Rossini, II Mercurio Errante, Roma 1693, p. 40;
  • P. Rossini, II Mercurio Errante, Roma 1725, p. 91;
  • G. Hamilton, Schola Italica Picturae sive Selectae quaedam tabulae aere incisae cura et impensis Gavini Hamilton pictoris, Romae, Giuseppe Perini inc, Roma 1773, tav. 39;
  • F.W.B. von Ramdohr, Ueber Malherei und Bildhauerarbeit in Rom für Liebhaber des Schönen in der Kunst, Leipzig 1787, p. 268;
  • M. Vasi, Itinéraire, 1792, p. 358;
  • A. Nibby, Itinerario di Roma, Roma 1797, II, p. 422;
  • E. e C. Platner, Beschreibung der Stadt Rom, Stuttgart, III, Stuttgart 1842, p. 283;
  • G. Piancastelli, Catalogo dei quadri della Galleria Borghese, in Archivio Galleria Borghese, Roma 1891, p. 113;
  • A. Venturi, Il Museo e la Galleria Borghese, Roma 1893, p. 32;
  • R. Longhi, Precisioni nelle Gallerie Italiane, I, La R. Galleria Borghese, Roma 1928, p. 177;
  • P. della Pergola, Giovanni Lanfranco, in “Il Vasari”, I, 1934, p. 11;
  • A. De Rinaldis, L’Arte in Roma, dal ‘600 al ‘900, Bologna 1948, p. 24;
  • P. della Pergola, Itinerario della Galleria Borghese, Roma 1951, p. 13;
  • L. Salerno, The Early work of Giovanni Lanfranco, in “The Burlington Magazine”, XCIV, 1952, pp. 188-196, p. 195;
  • C.A. Petrucci, Catalogo generale delle Stampe tratte dai rami incisi posseduti dalla Calcografia Nazionale, Roma 1953, pp. 48, 300;
  • P. della Pergola, La Galleria Borghese. I Dipinti, I, Roma 1955, pp. 53-54, n. 89;
  • L. Salerno, Per Sisto Badalocchio e cronologia del Lanfranco, in “Commentari”, IX, 1958, p. 51;
  • P. Della Pergola, L’Inventario Borghese del 1693 (I), in “Arte Antica e Moderna”, XXVI, 1964, pp. 219-230, pp. 225, 230;
  • E. Schleier, Un nuovo dipinto del Lanfranco e la sua attività giovanile, in “Paragone Arte”, XV, 1964, pp. 3-15;
  • D. Posner, Domenichino and Lanfranco in the early development of Baroque Painting in Rome, in Essays in honour of W.Friedlander, Marsyas 1965, p. 136;
  • E. Schleir, Lanfrancos Malerei der Sakrantskapelle in S. Paolo fuori le mura in Rom das wiedergefundene Bild dsa Wachtelfall, in “Arte Antica e Moderna”, XXXI-XXXII, 1965, pp. 349, 360;
  • E. Borea, scheda in Pittori bolognesi del Seicento nelle gallerie di Firenze, catalogo della mostra (Firenze, Galleria degli Uffizi, 1975), a cura di E. Borea, Firenze 1975, p. 97;
  • G.P. Bernini, Giovanni Lanfranco: (1582-1647), Calestano 1982, pp. 64-65;
  • E. Schleier, in Laboratorio di restauro 2, catalogo della mostra (Roma, Galleria Nazionale d’Arte Antica, 1988), a cura di D. Bernini, Roma 1988, pp. 43-46;
  • M. Calvesi, Tra vastità di orizzonti e puntuali prospettive: il collezionismo di Scipione Borghese dal Caravaggio al Reni al Bernini, in Galleria Borghese, a cura di A. Coliva, Roma 1994, p. 292;
  • P. Moreno, C. Stefani, Galleria Borghese, Milano 2000, p. 381;
  • E. Schleier, scheda in Giovanni Lanfranco: un pittore barocco tra Parma, Roma e Napoli, catalogo della mostra (Parma, Reggia di Colorno, 2001), a cura di E. Schleier, Milano 2001, pp. 198-200, n. 48;
  • K. Herrmann Fiore, Galleria Borghese Roma scopre un tesoro. Dalla pinacoteca ai depositi un museo che non ha più segreti, San Giuliano Milanese 2006, p. 12;
  • Le Postille di Padre Resta alle Vite del Baglione. Omaggio a Simonetta Prosperi Valenti Rodinò, a cura di B. Agosti, F. Grisolia, M.R. Pizzoni, Milano 2016, p. 47.