L’opera, variamente attribuita in passato a Perugino, Bronzino e a Jacopino del Conte, è stata definitivamente restituita al catalogo dell'artista pistoiese Leonardo Grazia, nome con cui è segnalata per la prima volta in collezione Borghese nel 1650. Il dipinto, un olio su lavagna, raffigura Lucrezia, moglie di Collatino, celebrata dagli antichi romani come modello di virtù e fedeltà coniugale. Secondo la tradizione, infatti, la donna si pugnalò a morte davanti al marito dopo essere stata violentata da Sesto Tarquinio, figlio di Tarquinio il Superbo, provocando la caduta della monarchia.
Salvator Rosa (cm 68 x 56 x 6.5)
Roma, collezione Borghese 1650 (Manilli 1650); Inventario 1693, Stanza I, n. 44; Inventario 1790, Stanza III, n. 20; Inventario Fidecommissario Borghese 1833, p. 19. Acquisto dello Stato, 1902.
Sebbene in passato quest'opera fosse stata attribuita a vari artisti, tra cui Pietro Perugino, Bronzino e Jacopino del Conte (cfr. Della Pergola 1959), recenti studi (Leone de Castris 1996; Corso 2012-13; Corso 2018; Bisceglia 2024) l'hanno definitivamente assegnata al pittore pistoiese Leonardo Grazia, il cui catalogo si è notevolmente arricchito nell'ultimo ventennio, includendo diversi dipinti, molti dei quali realizzati su pietra. Attivo tra Roma, Napoli e la Toscana nella prima metà del Cinquecento, l'artista è menzionato per la prima volta in associazione a questa Lucrezia nel 1650 da Iacomo Manilli, guardarobiere di casa Borghese (Manilli 1650), dove l'opera risulta presente in un inventario della collezione di Scipione Borghese, risalente probabilmente al 1633 (Corradini 1998, p. 450; Pierguidi 2014).
Il dipinto, un olio su lavagna, raffigura Lucrezia, la nobile moglie di Collatino, venerata dai romani come esempio di virtù e fedeltà coniugale. La leggenda narra che, dopo essere stata violentata da Sesto Tarquinio, figlio dell'ultimo re di Roma Tarquinio il Superbo, la donna si tolse la vita di fronte al consorte, gesto che scatenò la rivolta popolare, portando alla fine della monarchia. Distaccandosi dalla tradizionale rappresentazione di Lucrezia come eroina sofferente, Grazia la presenta nuda, adornata con un'elaborata acconciatura mentre stringe il pugnale del suo suicidio. Nonostante il suo destino tragico, la sua eleganza e compostezza la elevano a una figura sacra, una martire moderna che, pur non mostrando dolore, esalta la femminilità e il suo fascino irresistibile. Il diadema che la incorona, già presente nella Cleopatra (inv. 337) e nella Santa Caterina d'Alessandria di collezione privata (Roma, Christie's, 26 maggio 1998, lotto n. 254) trae ispirazione da un'incisione di Parmigianino, in particolare dalla Lucrezia di Enea Vico la cui posa fu rielaborata dal Grazia per la sua sensuale Venere (inv. 092; cfr. Corso 2018, p. 24; Bisceglia 2024, p. 74 nota 6).
Questa particolare rappresentazione ha acceso un dibattito tra gli studiosi. Alcuni, infatti, la vedono come una celebrazione della forza e della dignità di Lucrezia, mentre altri come una visione più sensuale e ambigua della storia. Di certo, indipendentemente dall'interpretazione, questa Lucrezia rimane un'opera potente e suggestiva, che riflette l'influenza del Manierismo, in particolare di modelli parmigianineschi elaborati da Grazia con un linguaggio personale, i cui vocaboli formali e l'uso del colore conferiscono alla sua eroina un aspetto metallico, trasfigurandola in un'icona senza tempo del fascino femminile. A contribuire a questa idea di bellezza imperitura è la tecnica impiegata: la pittura su pietra, appresa durante il suo soggiorno romano nei primi anni Trenta, grazie al contatto diretto con Sebastiano del Piombo. La pietra, sapientemente lavorata, si rivela infatti un supporto ideale per la rappresentazione della bellezza femminile: la sua superficie liscia e compatta permette la creazione di immagini dal colore fluido e preciso, conferendo alle figure una lucentezza metallica che accentua la loro sensualità e bellezza. Inoltre, il supporto assume anche un significato simbolico: la sua durezza e inflessibilità rimandano alla virtù di Lucrezia, il cui valore è messo alla prova, come l'oro sulla pietra, dalla perizia del pittore.
Una Lucrezia su ardesia, di impostazione analoga (collezione privata; Maestri della Pittura Italiana 2007, pp. 34-41) fu realizzata dal pittore al tempo della sua attività napoletana (cfr. Bisceglia 2024, p. 74 nota 4), più tarda dunque dell'opera in esame, datata al 1535 circa (Bisceglia 2024, pp. 69, 71 fig. 5), vicina stilisticamente a un Cristo portacroce di collezione privata francese.