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La Madonna dei Palafrenieri

Merisi Michelangelo detto Caravaggio

(Milano 1571 - Porto Ercole 1610)

Il dipinto fu commissionato nel 1605 dai membri della potente arciconfraternita dei Palafrenieri che, in seguito al rinnovamento della basilica di San Pietro, chiesero al pittore una nuova opera destinata a sostituire un vecchio quadro che decorava l'altare della loro cappella dedicata a sant’Anna. Dipinta nel giro di pochi mesi, nell'aprile 1606 l’opera fu esposta alla pietà dei fedeli e rimossa poco dopo per essere trasferita nella vicina chiesa di Sant'Anna dei Palafrenieri dove, vista da Scipione Borghese, fu da questi comprata per 100 scudi. Restano tuttora incerte le cause della sua rimozione, dovuta secondo la critica per motivi di decoro - come la scollatura della Vergine e la nudità di un bambino non più in fasce - oppure per ragioni di carattere teologico. Quali che furono i motivi reali, Scipione Borghese riuscì ad ogni modo a ottenere il dipinto per la propria quadreria, assecondando quel suo desiderio di possesso.

Il quadro raffigura Maria, ritratta mentre schiaccia con l'aiuto di Gesù un serpente ai suoi piedi - simbolo del peccato - assistiti da Anna, madre della Vergine e protettrice dei confratelli, raffigurata come un'umile e vecchia popolana, dal volto grinzoso segnato dal tempo.


Scheda tecnica

Inventario
110
Posizione
Datazione
1605
Tipologia
Periodo
Materia / Tecnica
olio su tela
Misure
cm 292 x 211
Cornice
Cornice ottocentesca
Provenienza

Roma, collezione Scipione Borghese, 1606; Inv. 1693, St. I, n. 13; Inv. 1790, St. IX, n. 1; Inv. 1794, p. 694; Inventario Fidecommissario 1833, p. 13. Acquisto dello Stato, 1902.

Mostre
  • 1914 Roma, Palazzo Corsini;
  • 1922 Firenze, Palazzo Pitti;
  • 1951 Milano, Palazzo Reale
  • 1952 Utrecht, Centraal Museum;
  • 1952 Anversa, Koninklijk Museum voor Schone Kunsten;
  • 1986-1987 Roma, Palazzo Barberini;
  • 1999 Madrid, Museo Nacional del Prado;
  • 1999-2000 Bilbao, Museo de Bellas Artes;
  • 2000 Roma, Palazzo delle Esposizioni.
Conservazione e Diagnostica
  • 1914 Tito Venturini Papari;
  • 1936 Carlo Matteucci (restauro e verniciatura);
  • 1988 Seracini e Lapucci (indagini diagnostiche);
  • 1996 Elena Zivieri, Guido Piervincenzi (indagini diagnostiche);
  • 1997 Giantomassi e Zari (restauro completo);
  • 1997 Susanna Sarmati (restauro della cornice).

Scheda

In seguito al rinnovamento della basilica di San Pietro in Vaticano, il 31 ottobre 1605 i membri della potente Arciconfraternita dei Palafrenieri decisero di commissionare una nuova pala, raffigurante la Vergine con sant'Anna e il Bambino, destinata a sostituire il vecchio quadro di Leonardo da Pistoia e Jacopino del Conte che, a causa del suo formato, non era più compatibile con le dimensioni della rinnovata cappella.

La tela, affidata a Caravaggio entro il I dicembre 1605 - data del primo anticipo pagato all'artista -, fu eseguita nel giro di pochi mesi e consegnata dal pittore l'8 aprile 1606 al decano Antonio Tirollo che, dopo averla fatta collocare sull'altare, ne ordinò la rimozione. Il 16 aprile 1606, infatti, alcuni facchini furono incaricati di togliere la pala dall'altare e di trasportarla nella vicina chiesa di Sant'Anna dei Palafrenieri dove, vista dal cardinale Scipione Borghese, fu da questi comprata il 20 luglio dello stesso anno per la somma di 100 scudi, una cifra superiore a quella sborsata dall'Arciconfraternita a Caravaggio (75 scudi).

Secondo la tradizione, la tela fu rifiutata poiché ritenuta troppo realista e poco sacra per essere esposta alla pietà dei fedeli, contravvenendo di fatto ai principi di decoro stabiliti dalla Controriforma circa la raffigurazione dei soggetti sacri. Cercando di ribaltare questa visione, Walter Friedländer (1954; Id. 1955), seguito da Jacob Hess (1954, pp. 273-275), dimostrò sulla base di evidenze storiche che il rifiuto non fu dovuto a implicazioni iconografiche o dogmatiche, bensì all'impossibilità del sacello di accogliere la nuova tela, le cui dimensioni superavano in altezza quelle del vano stesso. Secondo lo studioso, inoltre, il tentativo operato dai confratelli di sistemare in qualche modo la pala nella cappella, dimostrerebbe le loro buone intenzioni, frenate però dalle brame collezionistiche di Scipione, desideroso di entrare in possesso del dipinto caravaggesco.

Dal canto suo, Luigi Spezzaferro (1974) riteneva che il rifiuto riguardasse un altro quadro, la Morte della Vergine, dipinta da Caravaggio per Santa Maria delle Scala, le cui vicende si proiettarono negativamente sulla tela dei palafrenieri tramite il cardinale filospagnolo Tolomeo Gallio di Como, interpellato dai confratelli in cerca di assistenza sulle sorti del quadro. Secondo lo studioso, infatti, il prelato avrebbe influenzato il parere dei committenti che optarono di conseguenza per la rimozione dell'opera.

Al di là di queste ipotesi, è certo che la tela presenta alcune soluzioni non proprio confacenti a un dipinto devozionale, come la raffigurazione eccessivamente umana di Anna che, pur essendo la patrona dei palafrenieri, fu rappresentata da Caravaggio come una vecchia popolana, piena di rughe, in una posizione di scarso rilievo nell'economia del dipinto (Settis 1975). Secondo la critica, infatti, questo apparente distacco della santa - il cui nome in ebraico significa 'grazia' - fu visto con sospetto dalla Chiesa che vi avrebbe letto un'evidente separazione della 'grazia' dall'opera di salvezza dell'umanità. La sua figura, così particolarmente perturbante, è stata avvicinata da Salvator Settis (1975) alla statua di Demostene e alla conseguente iconografia della meditazione, il cui modello sarebbe stato suggerito al pittore dal letterato Giovanni Zaratini Castellini.

Secondo molti studiosi, inoltre, particolarmente scottanti dovettero apparire sicuramente altri due particolari: l'abito scollato della Vergine e la fisicità di Gesù bambino, considerato troppo grande per essere afferrato dalla madre, il cui gesto - quello di aiutare la Vergine a schiacciare la testa del serpente - poteva essere frainteso dai cattolici intransigenti. Il dipinto, infatti, riproduce un famoso passo del libro della Genesi (3, 15) - "ipsa (o ipso) conteret caput tuum" (questa [o questo] ti schiaccerà la testa) - versetto da secoli al centro di un conflitto tra cattolici e luterani. I primi, che leggevano ipsa - cioè la Vergine - riconoscevano a Maria, simbolo della Chiesa, il merito di sconfiggere il peccato, contrariamente a quanto invece sostenevano i protestanti che demandavano tale compito unicamente al Figlio (ipso) che, nel quadro di Caravaggio, mostrerebbe uno scarso coinvolgimento nel disegno della redenzione rispetto alla Madre.

Secondo Maurizio Marini (1989), infine, uno dei motivi che decretò la rimozione della tela dall'altare fu la raffigurazione di Lena, alias Maddalena Antognetti - nei panni della Vergine, la cui scelta avrebbe sfidato le direttive del Concilio di Trento che vietavano la rappresentazione di individui riconoscibili nei panni di personaggi sacri. Roberto Longhi (1928-1929) ribadì invece che, Caravaggio, ignaro di tutti questi problemi, si era semplicemente ispirato per l'esecuzione del quadro alla tela di Ambrogio Figino, dipinta per la chiesa di San Fedele a Milano e raffigurante lo stesso soggetto; tesi ripresa e sostenuta molti anni dopo anche da Maurizio Calvesi (1986) che, oltre a datare il dipinto al 1606, gli posponeva il rifiuto della Morte della Vergine.

Quali che furono i motivi reali, è evidente che il cardinale Scipione ne approfittò della situazione per ottenere il dipinto, segnalato per la prima volta in collezione Borghese da Scipione Francucci (1613): "Gesù e la Madre calpestano due (sic!) aspidi, del Caravaggio". Datato da Longhi al 1604-1606, il quadro fu eseguito con ogni probabilità tra il mese di settembre e quello di dicembre 1605, come attesterebbe la lettera di Gian Vittorio de' Rossi a Giovanni Zarattini Castellini, resa nota da Paola della Pergola nel 1958. La studiosa, infatti, partendo da un epigramma di Zarattini Castellini - recentemente scoperto da Alice Maniaci (2020) - situò il dipinto nella seconda metà del 1605, periodo in cui Caravaggio è ricordato in casa del giureconsulto Andrea Ruffetti.

Antonio Iommelli




Bibliografia
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