Inizialmente attribuito ad Alessandro Turchi, Jan Miel ed Elisabetta Sirani, il dipinto è stato definitivamente assegnato al pittore francese Jacques Stella in seguito al ritrovamento di una ricevuta di pagamento del 28 luglio 1631, che ne fissa con precisione anche la datazione.
La rappresentazione della scena, che prelude alla decapitazione di Oloferne, non presenta accenti drammatici o cruenti, ma sottolinea la raffinata eleganza dell’eroina biblica, ritratta mentre invoca l'aiuto divino, un attimo prima di uccidere il generale assiro. Accanto a lei, tre putti giocano con la spada e, più in là, nascosta nell'ombra, si scorge la figura della fedele serva.
Cornice ottocentesca con palmette ai quattro angoli, 48 x 54 x 9 cm
Roma, collezione Borghese, documentato nel 1631 (nota di pagamento); collezione Borghese, 1650 (Manilli 1650, p. 113); Inventario 1693, Stanza XI, n. 120; Inventario 1790, Stanza X, n. 31; Inventario Fidecommissario Borghese 1833, p. 32. Acquisto dello Stato, 1902.
Inizialmente attribuita ad Alessandro Turchi, Jan Miel ed Elisabetta Sirani (cfr. Della Pergola 1955; Loche 1974), quest'opera è stata definitivamente assegnata al catalogo del pittore francese Jacques Stella in seguito al ritrovamento di una ricevuta di pagamento datata 28 luglio 1631 (González-Palacios 2010). Il documento, infatti, attesta che il pittore ricevette dal principe Marcantonio Borghese trentacinque scudi per due quadri: uno raffigurante Giuditta e l'altro la Natività di Cristo. Oltre a confermare l’attribuzione a Stella, già ipotizzata da Pierre Rosenberg nel 1972 (Herrmann Fiore 2005), questo pagamento fissa risolutivamente la datazione dell'opera al 1631, anno in cui il pittore realizzò altre due pitture su pietra: Giuseppe e la moglie di Putifarre e Susanna e i vecchioni. Queste ultime, per soggetto, dimensione e tecnica, sembrerebbero far parte di un'unica serie con la presente composizione, tutte raffiguranti figure femminili bibliche (Iommelli 2022). In particolare, la Susanna e i vecchioni condivide con la Giuditta in esame diversi dettagli compositivi, come il tavolo in un angolo coperto da una tovaglia, un elaborato drappo a incorniciare la scena e la stessa modella, ritratta prima come donna virtuosa e poi nei panni di una femmina viziosa.
Il soggetto è tratto dal Libro di Giuditta dell'Antico Testamento, che narra la storia di un'eroina ebrea che salva il suo popolo dall'assedio assiro seducendo e decapitando il generale Oloferne. Tuttavia, la scena raffigurata si discosta notevolmente dalla drammaticità del racconto biblico e dalle coeve rappresentazioni caravaggesche. Giuditta, qui ritratta in tutta la sua bellezza, è inginocchiata in preghiera accanto al letto del nemico addormentato. L'atmosfera è serena e raccolta, priva di qualsiasi presagio della violenza imminente. Stella, dunque, abbandonando la rappresentazione di Giuditta come donna fatale, opta per un'interpretazione ispirata all'ideale classico bolognese, rivelando un certo apprezzamento per Reni e la scuola bolognese. La sua eroina, infatti, è una martire pronta al sacrificio, illuminata da una luce divina che ne anticipa la vittoria. L'unico elemento di tensione è dato dalla presenza di tre amorini che giocano con una spada vicino al letto, alludendo al tragico destino di Oloferne. Questa rappresentazione insolita, pur citando alla lettera i versetti del libro veterotestamentario ("Quando si fece buio [...] rimase solo Giuditta nella tenda e Oloferne buttato sul divano, ubriaco fradicio [...] Giuditta, fermatasi presso il divano di lui, pregò in cuor suo"; Gdt 13, 1-6; Iommelli 2022), è stata interpretata in modi diversi. Alcuni studiosi la collegano a un dramma spirituale di Federico della Valle (Herrmann Fiore 2005, p. 310), mentre altri la vedono ispirata agli affreschi lateranensi di Cesare Nebbia e Giovanni Guerra (Mann 2020).
Alquanto interessante è l'uso del marmo nero come supporto: non un semplice sfondo scuro, ma un vero e proprio palcoscenico notturno per il dramma che vi si svolge. Questa scelta audace amplifica la tensione narrativa e il gioco di chiaroscuri, esaltando il contrasto tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre. Il suo colore, inoltre, è qui sfruttato per evocare la notte, creando un'atmosfera suggestiva e misteriosa, da cui emerge impavida Giuditta, illuminata da una luce che la carica di forza e determinazione. La sua serva, invece, appena visibile nell'ombra, assume un aspetto sinistro, quasi complice del delitto imminente.
L'opera è inoltre arricchita da raffinate trame in oro che impreziosiscono stoffe ed armi, un dettaglio menzionato anche da André Félibien ("realizzò diversi dipinti su pietra di paragone e vi dipinse sopra tendaggi d'oro utilizzando un segreto che aveva inventato"; cfr. Provinciali 2024, p. 163), che parrebbe essere un divertissement pensato dall'artista per accrescere e autenticare il proprio valore agli occhi del committente. Di certo, come suggerito da Kristina Herrmann Fiore (2005), l'artista si ispirò alle ricerche di Matteo Zaccolini sulla luce e le ombre: la macchia scura proiettata alla base del candelabro e i riverberi sullo scudo e sull'elmo di Oloferne ne sono una prova.
Due varianti di quest'opera, sempre di Stella - una su marmo (collezione privata; Laveissière 2006, p. 96, n. 42), e una su lavagna (Kerspern 2018) - testimoniano la fortuna di questo soggetto. Egli, infatti, pur affrontando un tema iconico, riesce ogni volta a dare un'interpretazione originale, sfruttando sapientemente il supporto per creare un'opera ricca di pathos e suggestione.